La complessità del caos: l’Italia fuori dal Mondiale (di nuovo)

Non è più una sorpresa, non è più un incidente: è il risultato di un sistema che da anni mostra crepe evidenti e che continua a produrre gli stessi errori, al di là dei singoli responsabili e delle singole partite.

L’Italia non andrà al Mondiale. Ancora.
Terza esclusione consecutiva, l’ultima presenza resta quella del 2014. Un dato che, da solo, dovrebbe bastare per fermarsi e riflettere. Ma il rischio, ancora una volta, è quello di fermarsi troppo in superficie.

Bastoni viene espulso dopo un fallo – DajeRomatv.it

Perché dopo la sconfitta contro la Bosnia, il dibattito si è immediatamente concentrato sui responsabili più visibili: Gattuso e Gravina. Ed è giusto così. Le responsabilità della singola partita sono evidenti, pesanti, difficili da ignorare. La gestione della gara, le scelte tecniche, l’approccio mentale: tutto ha lasciato più di qualche dubbio. Ed è altrettanto evidente che, per costruire qualcosa di credibile, difficilmente si potrà ripartire senza un cambio ai vertici. Pensare di andare avanti così, senza discontinuità, significherebbe non aver compreso la reale dimensione del problema.

Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Forse il più grande. Perché questa eliminazione non nasce ieri sera. E non nasce nemmeno in questo ciclo tecnico. È il risultato di un percorso più lungo, di un sistema che da anni mostra crepe evidenti e che, puntualmente, nei momenti decisivi, crolla.

La partita contro la Bosnia, in realtà, è quasi un riassunto perfetto di tutto questo. Ma al di là degli episodi, sono i numeri a raccontare qualcosa di ancora più profondo. L’Italia riesce a completare appena tre dribbling in tutta la partita, contro i diciotto della Bosnia. Un dato che si ripete anche in altre gare, come quella contro l’Irlanda del Nord. Non è una questione di inferiorità numerica, né una semplice lettura tattica. È il riflesso di una mancanza più ampia: qualità, coraggio, formazione.

Ed è qui che si entra nel cuore del problema. Il calcio italiano oggi fatica a produrre giocatori capaci di saltare l’uomo, di prendersi responsabilità, di incidere nelle situazioni decisive. E questo non nasce in nazionale. Nasce molto prima, nei settori giovanili. È lì che si forma il calciatore. Ed è lì che qualcosa, evidentemente, non funziona. Troppo spesso si gioca per vincere anche in giovane età, con una pressione che non dovrebbe esistere a quel periodo di sviluppo. L’errore non è considerato parte del percorso, ma qualcosa da evitare. Il giovane calciatore impara prima a non sbagliare che a provare.

E inevitabilmente anche il giovane allenatore si adegua, perché viene giudicato sui risultati e non sulla crescita dei ragazzi. In un contesto del genere, il talento non viene sviluppato. Viene limitato. Per questo motivo, una vera riforma dovrebbe partire proprio da lì, dalle fondamenta, e dovrebbe essere una riforma profonda, non di facciata. Serve investire davvero nella formazione degli istruttori, che oggi rappresentano il primo anello di una catena troppo fragile. Ma la formazione, da sola, non basta: deve essere accompagnata da condizioni economiche adeguate, perché non si può pensare di costruire un sistema solido affidandolo a figure sottopagate o costrette a vivere il campo come un passaggio temporaneo.

Allo stesso tempo, è necessario cambiare radicalmente il modo in cui si guarda al calcio giovanile. Oggi il risultato viene ancora messo al centro, anche quando si parla di ragazzi in piena fase di crescita. Questo porta inevitabilmente a comprimere il talento, perché il giovane calciatore non ha la libertà di sbagliare, e senza errore non c’è evoluzione. Bisognerebbe restituire ai ragazzi la possibilità di provare, di rischiare, di crescere attraverso gli errori, perché è da lì che nasce la qualità. Se questo passaggio non viene affrontato, tutto il resto diventa secondario.

Tra formazione e strutture: le vere radici della crisi

Poi c’è un altro livello, che è quello strutturale. Il calcio italiano ha perso terreno anche perché ha perso forza economica, e questo non è un dettaglio. Gli stadi, spesso vecchi e poco funzionali, generano meno ricavi; meno ricavi significano meno investimenti; meno investimenti si traducono in una minore capacità di sviluppare talento e competere ad alti livelli. È un meccanismo che si autoalimenta e che, negli anni, ha ampliato il divario con gli altri campionati europei.

Gabriele Gravina durante le premiazioni del calcio femminile all’evento Women4Football – DajeRomatv.it

Anche il formato del campionato può entrare in questo discorso. Una Serie A più corta, ad esempio, potrebbe aumentare il livello medio e rendere ogni partita più intensa e competitiva. Perché alla fine, in fondo a tutto questo, emerge un altro problema: la mancanza di coraggio. Il coraggio di puntare sui giovani, di dare spazio ai calciatori italiani, di accettare il rischio nel breve periodo per costruire qualcosa di più solido nel lungo. Troppo spesso si preferisce la strada più sicura, la gestione dell’immediato, l’usato garantito. Ma così si rinuncia al futuro.

Tutto questo, però, non può diventare un alibi per chi oggi è chiamato a decidere. Le responsabilità della partita contro la Bosnia restano, così come restano quelle di chi ha guidato il movimento negli ultimi anni. Le scelte tecniche, la gestione della gara, le convocazioni: sono aspetti che pesano e che non possono essere ignorati. E allo stesso modo, chi rappresenta il vertice del sistema non può sottrarsi a un giudizio complessivo.

Cambiare gli uomini è necessario. Cambiare il sistema è indispensabile.

Perché la complessità del caos sta tutta qui: non esiste una soluzione semplice. Ma continuare a cercarla significa, inevitabilmente, restare fermi nello stesso punto.